Regolo il mio passo sul tuo

mano_giovane_uomo_AIDSUn giorno mi sono reso conto che non si moriva solo di malattie di moda; aids, tumore... Se muori a quarant'anni di tumore è grave; se muori a novanta di vecchiaia non è grave. No, la morte non è qualcosa di grave, a qualunque età avvenga. La morte è qualcosa di importante. Poi mi sono reso conto che di fronte alla morte siamo tutti uguali. Non c'è più il generale, non c'è più l'ubriacone.

Mi ricordo una volta in ospedale di un signore con grossi problemi di alcolismo che stava morendo, lì nel suo letto, con il suo camice bianco, sai di quelli che si annodano dietro... Era vicino ad un altro signore, anche lui con un camice bianco, di quelli che si annodano dietro, lui era lungo, aveva delle mani molto belle e stava morendo. Gli ero seduto vicino, mi aveva preso una mano nella sua quando dopo un pò entra nella camera un'infermiera; mi guarda e mi dice: "Ah, ha fatto amicizia con il generale!".
Tu ti immagini un generale, bello, dritto nella sua uniforme e nel suo ruolo... ed ora sta dando la mano a me. In punto di morte (e non solo!) siamo uguali, questo signore era esattamente uguale all'altro. Forse di questo non ce ne rendiamo conto.

Accompagnare una persona in fin di vita: niente pregiudizio, mettersi al servizio dell'altro, entrare nella sua dinamica. Mi muovo insieme all'altro...

Tutti noi ci dobbiamo rendere conto, non con compassione, non con pietà ma con complicità, che l'altro sta vivendo ora un momento che io vivrò domani. Stai vicino ad una persona e ascolta quello che succede, ascolta la pienezza di un silenzio. Il problema è che si trasforma troppo spesso la realtà dell'altro in base a come la si vivrebbe personalmente. Non c'è complicità, non c'è aiuto, c'è semmai terrore! Spesso si fa volontariato senza vedere, senza rendersi conto. Essere volontario... "far volontariato" è molto di moda.

Ho visto tante persone che "facevano volontariato": un sorriso (qualcuno lo chiama il "calore professionale") e ti do la mano. Della serie "Vai tranquillo, ti do la mano, poi vedrai che c'è la luce, che c'è qui, che c'è là... abbandona pure i tuoi rancori, i tuoi amori, tua moglie, tuo marito, i tuoi pantaloni, le tue scarpe, che tanto io, tra mezz'ora me ne torno a casa...". No... la morte è complessa. Riguarda tutti noi. Il giorno in cui gli uomini smetteranno di vedere il mondo attraverso i loro pensieri ma lo guarderanno con i loro occhi, allora lo cose cambieranno.

Mi capita di accompagnare ragazzi in aids. L'aids tende a toglierti molto del tuo viso, di quello che eri, ti consuma molto: mi ricordo la foto di un ragazzo che ho seguito per molto tempo, sulla sua lapide c'era una foto di prima della malattia, di come io non l'avevo mai visto. Incredibile! Quel ragazzo era un bel tipo ed io l'ho visto sempre e solo malato, brutto, impaurito, sdentato... Tutte queste "cose" ce ne liberiamo, le infiliamo dentro ad un ospedale, dove la malattia ed il malessere diventa il problema di qualcun altro.

Mi ricordo quello che una ragazza di sedici anni, morta alcuni anni fa, aveva scritto nel suo diario che aveva chiesto di pubblicare, questa frase: "Per cortesia non pensate mai che la morte sia una questione di età". Conosco una persona che ha compiuto poco tempo fa 99 anni: lei è letteralmente terrorizzata dalla morte. Un ragazzo di ventiquattro anni, invece, morto un pò di anni fa, mi diceva: "Vivi, fai, io ho fatto quello che volevo fare, ho girato l'Europa in autostop, era quello che volevo fare, ho fatto quello e quell'altro e sono contento di aver sempre seguito la strada che mi sentivo dentro, vivi!".

Ho imparato, grazie a chi prima di me raggiunge la fine della propria vita, che non si tratta tanto di quanto vivi, ma di come vivi. La cosa che trovo più terribile è stare vicino ad una persona in fin di vita che ti dice: "Ah, se avessi saputo, se dovessi tornare indietro..." non ti rendi conto che non si torna più indietro?

(un accompagnatore)