Essere accanto a qualcuno che sta morendo

povera_cosa_posata_su_un_lettoEssere accanto a qualcuno che sta morendo... Quante cose posso dire, cosa vorrei fare e a volte non riesco. Ho poca esperienza, ma posso dire che ogni accompagnamento è sempre stato diverso, diverse logicamente le persone, diverse le situazioni e diversa io.

Ho notato che le persone "sentono" quando se ne devono andare e vivono stati d'animo che corrispondono al loro "essere" in quel preciso istante: stanchezza, delusione, rabbia, paura, rassegnazione, emozioni diverse.

Credo che il ruolo dell'accompagnatore sia quello di essere accanto al malato terminale, in semplicità e complicità, ma questo dovrebbe essere fatto tutti i giorni con le persone che ci passano accanto!!! Forse il fatto di non avere nessun "legame" di parentela o di amicizia rende le situazioni più libere, sembra un paradosso, ma rimango sempre colpita da persone che ti accettano, così semplicemente, magari per stare in silenzio oppure per raccontarti quello che sentono in quel momento. A volte vengono formulate domande profonde sull'aldilà (cos'è, cosa ci aspetta ecc.) senza che nessuno di noi sappia veramente cosa rispondere, io ascolto e rimando la "palla", ciascuno di noi ha un'idea particolare, che è il risultato di esperienze di vita e di educazione.

In ospedale viene spesso dimenticato che un malato è comunque ANCORA una persona, con sentimenti ed emozioni forse ancora più nitidi e decisi, è importante che ci sia qualcuno che può ascoltare quanto c'è ancora da dire, dedichiamo poche ore del nostro tempo (a volte bisogna combattere con l'idea del tempo che abbiamo!!) con l'intenzione di essere un libro aperto (per quanto è nelle nostre possibilità), dove il malato possa "scrivere" quanto desidera.

I familiari a volte sono spaventati o troppo presi da varie responsabilità, si può alleggerire il loro carico semplicemente ascoltandoli; gli infermieri sono impegnati a seguire il lato pratico, non hanno tempo di fare altro, devono fare un lavoro dove quotidianamente sono immersi nel dolore altrui, che a volte si somma alle difficoltà proprie, quindi il loro operato è ancora più prezioso, anche se a volte non capiscono il nostro ruolo.

Un contatto, a volte anche fisico, è di vitale importanza per chiunque, soprattutto per chi sente che la vita lo sta abbandonando, ma anche questa non è una regola, perché a volte si viene rifiutati e comunque va rispettato il loro desiderio. Tante volte invece basta un sorriso, un lampo negli occhi e il contatto è stabilito. Ho ricordi di lampi "divertenti" negli occhi di un malato terminale e non l'avrei mai immaginato, non c'è sempre e solo dolore, ci sono anche tante altre cose, tutte vive ancora, ma che diventano deboli, fino ad esaurirsi con l'ultimo soffio di vita. Si utilizza in pratica quel poco che rimane e, a volte, è molto più grande ed intenso di quello che siamo abituati o che andiamo cercando, e tutto lì davanti a noi, e basta lasciarsi andare e vivere appieno quel momento.

Personalmente trovo fastidioso il rumore eccessivo dei reparti, le luci forti, il disagio che prova una persona ad essere esposta agli occhi di tutti in un momento così intimo, spesso non viene usato il paravento, non poter dare la legittima dignità che un momento così intimo e particolare secondo me richiede. Ma sono impressioni personali.

A volte il letto di un malato terminale diventa una piccola isola dove veniamo ospitati e condotti per mano in realtà diverse e sconosciute, ma non sempre così brutali e terribili come ci immaginiamo, anzi a volte sembra tutto più semplice. Vorrei che quest'isola fosse un poco più grande e più quieta, meno rumore, più attenzione da parte di tutti.

(un'accompagnatrice)